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IL CGIE E LA CIVILTÀ DEI RAPPORTI QUOTIDIANI DELLE NOSTRE COMUNITÀ ALL’ESTERO

Zurigo, 10 Magio 2011 - Siamo in molti increduli e meravigliati al cospetto di quanto il secolo breve abbia potuto permetterci di vivere e di quanto il tempo invecchia in fretta rispetto alle abitudini che hanno scandito i nostri giorni, nostri mesi, i nostri anni. In realtà abbiamo potuto renderci conto del relativismo di alcune verità e di convinzioni inossidabili sui cui per un lungo periodo abbiamo costruito le nostre aspettative, che hanno prodotto esperienze irripetibili per l’emancipazione delle donne e la liberazione del lavoro, per la democratizzazione dei diritti e per una riconosciuta soggettività dei singoli cittadini, elementi qualificanti che hanno permesso a milioni di persone di uscire dal cono d’ombra in cui erano costretti dalla storia rendendoli protagonisti della modernità e della civilizzazione.
All’inizio di questo nuovo millennio in molti abbiamo creduto che la frontiera del nostro orizzonte cognitivo ed ideale si sarebbe spostata molto in avanti, alla stregua dei passi da gigante compiuti dopo l’allunaggio di Armstrong e dalla diffusione delle nuove tecnologie, che grazie ad internet hanno rivoluzionato la conoscenza, le comunicazioni, i rapporti interpersonali, i servizi ed il lavoro. In questa evoluzione è racchiusa anche l’epopea dell’emigrazione italiana, che proprio nel momento in cui crede di essersi affermata nei nuovi paesi di accoglienza è costretta a rincominciare daccapo: sia per inventarsi nuove rotte o viaggi di fortuna per sfuggire al bisogno, sia per ricercare la propria identità che si afferma nei festeggiamenti dei 150 anni dell’unità d’Italia, fino a riscoprire motivazioni e senso comune nei cinque continenti.
Perciò nel solco di questa nuova ridefinizione, in un nuovo contesto di riferimenti continentali nei quali il nostro Paese Stato ricoprirà un mero ruolo marginale per le politiche comunitarie e quelle di politica estera, sarà necessario riconsiderare i ruoli e gli strumenti da affidare alle nostre comunità all’estero, chiamate ancora ad interpretare il futuro e prevenirlo, responsabilizzandole diversamente da come hanno vissuto il passato e memori di quanto siamo riusciti a fare magistralmente nel secolo scorso con i pochi strumenti e le limitate risorse economiche che avevamo a disposizione. Imparate le lingue ed andate all’estero, esortavano i governanti all’inizio della prima repubblica. Invece, erano in diversi milioni gli italiani che partirono per fuggire dalla fame e dalla povertà. Oggi, che non si muore più di fame, chi parte lo fa per necessità e per mancanza di opportunità di lavoro in un paese nel quale l’ascensore sociale è bloccato. Il nuovo esodo è composito: ai lavoratori meno qualificati fanno da contraltare gli accademici scolarizzati che vanno ad alimentare il fenomeno della fuga dei cervelli. A queste questioni è necessario trovare soluzioni.
Perciò non appassiona più di tanto e non convince affatto la guerra di religione che è stata proclamata contro la riforma degli organismi di rappresentanza delle comunità italiane all’estero, che è al vaglio del Senato della Repubblica italiana, la quale pur nei suoi forti limiti resta un tentativo per interpretare nuovi scenari di cittadinanza e di partecipazione alla vita pubblica e sociale dei milioni di cittadini italiani che vivono il e nel mondo. Nel dibattito parlamentare questa bozza potrà essere modificata in meglio se i parlamentari sapranno lavorare ed interpretare il futuro e le aspettative di chi rappresentano. Per dare soggettività e cittadinanza piena ai cittadini italiani all’estero immaginiamo una civiltà di rapporti delle nostre comunità con i paesi di nuovo insediamento fondata sulla coesione delle diversità, che dovranno assumere responsabilità di pubblica rappresentanza.
Per queste ragioni, se non si ridefiniscono le modalità, il contesto e la forma in cui le comunità italiane all’estero dovranno agire, diventa difficile inventarsi una nuova prospettiva, e quindi la percezione che ne deriva, mostra che i vari pretesti di guerra guerreggiata alla riforma si riducono a miopi tentativi di resistenza portati a replicare una nuova ed anacronistica linea Maginot contro la modernità. Stando così le cose sono meravigliato che atteggiamenti semplicistici di conservatorismo attraversano una folta schiera di rappresentanti elettivi dentro il Parlamento e negli organismi di rappresentanza degli italiani all’estero, che per indole e cultura politica sono inclini a guardare oltre lo steccato delle frontiere che frenano il progresso.
Questa strenua levata di scudi non convince per il semplice fatto che il Consiglio generale degli italiani all’estero, nella sua fattispecie legislativa, ha terminato il suo scopo o la sua missione il giorno in cui diciotto parlamentari eletti all’estero hanno preso posto sugli scranni delle due Camere. Quel modello di rappresentanza così come l’abbiamo conosciuto e per i risultati positivi che ha reso agli italiani all’estero, oramai per il nostro ordinamento è superato e quindi bisogna darsi una nuova missione, una nuova prospettiva che tenga conto dei mutamenti delle società avanzate, purtroppo complesse e in profonda evoluzione. Lo si intuisce ogni giorno quando si parla di riforma dell’ordinamento bicamerale perfetto e lo dimostra il semplice fatto che, diversi paesi europei che intendono emularlo sono in forte ritardo sul terreno della rappresentanza democratica, mentre clamorosamente e con profonda ammirazione si sono manifestati indirizzi alternativi interessanti promossi da altre comunità uscite recentemente da esperienze autoritarie; nelle nuove carte costituzionali queste riconoscono forme di partecipazione e di rappresentanza molto più dinamiche e pragmatiche di quelle di cui godono oggi i cittadini italiani che vivono all’estero. Perciò la riforma degli organismi di rappresentanza elettivi degli italiani all’estero e l’intera politica che interessa loro da vicino vanno visti e ridefiniti in un quadro legislativo riformato che tenga conto, del nuovo assetto legislativo italiano, ed espressamente del loro futuro in un moderno rapporto di relazioni sociali, economici, culturali e legislativi.
Nelle diverse realtà in giro per il mondo l’Italia viene percepita come la patria dei genitori, come il paese dell’arte e della genialità, della moda e del gusto e questi concetti vengono sorretti emotivamente dai rapporti familiari, che con il tempo si affievoliscono e si materializzano in rapporti d’affari o commerciali, in viaggi turistici, nel mantenimento della cittadinanza e del passaporto, nello studio della lingua e dell’arte italiana. Questi connazionali continuano a sentirsi e a vivere la propria italianità quotidianamente. A questi cittadini italiani, che per la stragrande maggioranza costituiscono la colonna vertebrale degli italiani all’estero, occorre garantire i diritti di rappresentanza e di essere rappresentati nelle forme e nei modi che permettano loro di farsi direttamente interpreti e promotori di un nuovo rapporto di civiltà.

Michele Schiavone - Consigliere Cgie