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La coscienza prima di tutto
“Anche gli italiani di Svizzera si devono ingoiare un certo Antonio Razzi”

Bienne, 7 Gennaio 2011 - Non ci si vorrebbe soffermare più di tanto al bailamme e allo sconcerto politico di questi giorni, quello che  gira attorno alla fiducia o sfiducia nei confronti del Premier Silvio Berlusconi, datata 14 dicembre. E nemmeno ci interessano il risultato e relative conseguenze. Tanto poi il disgusto civico e l'illegalità continueranno se non vi sarà un'inversione di tendenza, chiamata rifondazione della coscienza. Cambi di casacca, buie disinvolte, tradimenti, "Vendola" o "comprola", prezzometro, tariffari (si parla di mercimoni a peso d'oro), anche per finanziamenti di mutui, partite di caccia all'ultimo voto, urla scomposte delle tifoserie più agguerrite.
Parlamentari che avevano promesso al popolo di difendere con il loro partito una serie di riforme e di proposte-legge e poi ti tradiscono per oscuri interessi: un vero mercato delle vacche. Anche gli italiani di Svizzera si devono ingoiare un certo Antonio Razzi, che eletto tra le file dell'Italia dei valori, (ma perdiana, in Italia esistono ancora dei valori?), scrivono i giornali se n'è andato ad accendere il cerotto al mortale nemico, correggiamo: avversario politico. Insomma ci manca qui la coscienza e nessuno mostra un sussulto per difenderla.
Qualcuno dirà: ma che c'entra la politica con la coscienza? Si capisce: la coscienza non si può oscurare in nessun settore della vita. Quindi anche in politica coscienza significa fedeltà e coerenza ad un progetto iniziale con il quale ci è presentati ai cittadini. Indipendentemente dal partito in cui si milità. Conveniamo pure che come il mondo, la società, così anche la realtà quotidiana è in evoluzione. E quindi una legislazione può essere reinterpretata, ma nel caso va spiegata bene ai propri sostenitori, e solo dopo diventerebbe accettabile un dissenso all'interno del proprio schieramento. Nel caso nostro invece, posto in questione, ciò che ha prodotto ed in futuro continuerà a produrre voltafaccia in noi non è stato il bene dei cittadini ma interessi personali, da garantirsi salendo sul cavallo vincente. Quanto sopra, e forse mi sono troppo dilungato, è solo un episodio che mi induce a fare delle considerazioni in lungo ed in largo sul discorso "coscienza", inerente ad ogni tipo di comportamento. Da quello sociale, a quello religioso, a quello di chiesa, sul quale ultimo preferisco soffermarmi.

Anche San Giuseppe in conflitto fra legge e coscienza
E siccome siamo nel periodo natalizio mi permetto di riferirmi al caso di San Giuseppe, sposo di Maria, al suo conflitto fra legge e coscienza, alla priorità da lui data alla coscienza anziché alla legge sacra di Mosé. Poi diventa più facile scendere ad aspetti più concreti e ai casi particolari di ciascuno. Nel Vangelo di Luca al capitolo primo si legge della gravidanza di Maria. L'angelo le annuncia che essa diventerà madre per opera dello Spirito del Signore, senza concorso di un uomo. Nel Vangelo di Matteo invece al capo terzo non è Maria, ma Giuseppe il protagonista. Constatando che la moglie Maria è incinta senza il suo intervento decide secondo la legge sacra di Mosé di licenziarla per evitarle la lapidazione, in quanto palesamente adultera. Se nonché in sogno un angelo gli annuncia che quella gravidanza è opera dello Spirito Santo.
Tralasciamo qui il perché della diversità dei due racconti e le relative spiegazioni letteraria o simboliche. Quanto piuttosto ci interessa la convergenza: cioè che Gesù è frutto dello Spirito del Signore. Come in un certo senso più ampliato tutti i bambini del mondo sono figli di Dio, anche se attraverso la mediazione chiamato rapporto sessuale o fecondazione artificiale o altre tecniche che dir si voglia. Ma ciò che qui ancor di più ci interessa è la decisione e la scelta di Giuseppe. Mette in disparte la legge sacra di Mosé e dà la precedenza ai suggerimenti della sua coscienza. Cioè, l'eventuale errore, o trasgressione, o peccato (come lo si voglia chiamare) di una persona non va riparato con l'eliminazione della persona stessa che l'ha compiuto (nel caso Maria), ma con la compressione e accompagnandola verso la sua redenzione.
Quindi Giuseppe decide di obbedire a questa voce interiore e non ostacolare in nome della legge un progetto che intuisce essere di Dio. Come non pensare nel leggere questo brano alle tante persone che ci chiedono di andare contro la nostra coscienza per obbedire alle indicazioni della legge di Mosé, o più concretamente oggi, alle indicazioni del Magistero ecclesiastico, quando con una certa frequenza con poco dialogo tale magistero interviene per tutelare quelli che vengono definiti valori non negoziabili? Uno potrebbe anche semplificare tutto dicendo che basta obbedire ai vescovi e al Vaticano, così come sostenevano i farisei per i quali bastava obbedire alla Legge e ai profeti. E' mistificazione e travisamento, preso di mira con una certa durezza da Gesù stesso, perché accettare acriticamente un'autorità esterna significa talvolta scavalcare alcune motivazioni di coscienza che restano sempre personali ed non trasferibili.

Per S. Tommao e il Papa prima la coscienza e poi l'autorità
Su questo argomento anche S. Tommaso d'Aquino (1200), sommo dottore della chiesa, e punto referenziale della teologia e della morale cattolica, sostiene (vedi De Veritate Questione 17, articolo 5):"se vi è conflitto tra la parola del Magistero e la mia coscienza, sappia il dubbioso che il magistero è parola di uomo, mentre la coscienza è voce di Dio". E qui voglio citare un discorso fatto e pubblicato recentemente da Mons. K. Sowlin, vescovo in Sudafrica, ai suoi cristiani - "Più in alto del Papa come potere vincolante dell'autorità ecclesiastica, sta la propria coscienza, cui si deve obbedire prima di ogni altra cosa, se necessario anche contro le richieste della stessa autorità"-.
Una tesi questa tanto antica, quasi rivoluzionaria, sostenuta da un insospettabile, grande teologo, Joseph Ratzinger, quando nel 1962-65 era esperto al Concilio Vaticano II. Si dirà: ma proprio il Papa attuale? Sì, allora così affermava. Ammettiamo pure che anche il ruolo fa la persona, la cambia, la matura, però non al punto da metterla in contraddizione con se stessa e da causarle un ribaltone. Quindi quanto Ratzinger affermò 45 anni fa resta sostanzialmente valido anche nel 2010, in data odierna.
Chiarito questo aspetto, cioè la priorità della coscienza sull'autorità non bisogna però concludere che quest'ultima (l'autorità) non abbia nessun rapporto con la prima (la coscienza). Solo che il compito dell'autorità sta nel formare la coscienza dei singoli e della comunità, non di sostituirla. Formare quello che da sempre veniva chiamato (e oggi non si sente più) "sensus fidelium" cioè sentimento e sensibilità dei fedeli.
E qui si apre un altro capitolo, o meglio si amplia quello precedente. Che nella chiesa l'autorità non può essere separata dalla "sinodalità", cioè dal sentire di gruppo, dalla corresponsabilità di comunità, quindi non solo degli addetti ai lavori, o dei residenti nei palazzi alti, ma dal consenso della totalità e dell'universalità dei fedeli, anche se implicito e non sempre conclamato. In un recente dibattito televisivo un esperto vaticanista, di primo piano nella stampa e nei media, ebbe a dire che l'ultimo pronunciamenti di Papa Ratzinger in cui permette il condom preservativo nei casi di necessità, a lui e molti credenti sa di intervento blitz sulla scena mondiale, cioè solitario e monarchico.
Vale a dire non è stato premesso un ampio dibattito sinodale fra il suo gremio (Cardinali-vescovi) e la base della ecclesia, cioè della comunità. Nel senso che mentre l'anno precedente nel suo viaggio in Africa il pontefice aveva totalmente chiuso al preservativo, improvvisamente e di sua iniziativa ora decide di aprire. Sia pure con tutte le riserve del caso, ampliate dai suoi giornalisti interpreti.
Di qui il nostro interlocutore (ma non è voce isolata, né un anticlericale) ravvisa un camminare da solo dell'autorità papale, senza dialogo e senza ascolto della comunità ecclesiale. E si augura che nella chiesa si arriva a riconoscere ed aprirsi ad una nuova fase di pensare e di realizzare fin dai livelli più bassi della vita della chiesa un esercizio sinodale (o di gruppo) dell'autorità. Insomma l'autorità non può che fare rima con sinodalità.

Anche il "sentire" dei fedeli è una forma di autorità
E' questa la conclusione cui sono giunti anche i partecipanti al convegno "L'autorità nella chiesa e la libertà del cristiano" promosso dalla Federazione Universitari cattolici lo scorso 11 novembre presso l'Università Cattolica di Milano. Il senso dei fedeli citato sopra è infatti la voce della chiesa, non è libertà contro l'autorità, ma è esso stesso autorità. Di qui si conclude che è la chiesa intera, l'insieme di tutti i battezzati a godere del carattere dell'infallibilità.
Come affermato anche nella Lumen Gentium (= Luce delle Genti), Costituzione del Concilio Vaticano ecumenico al capo 12. Non è il Papa da solo, ma la chiesa nel suo insieme ad essere infallibile. Compito della chiesa gerarchica quindi non è di obbligare ad un consenso silenzioso in nome della comunione ecclesiale, ma quello di educare alla riflessione e alla autonomia personale. Questo tipo di impegno alla chiesa non toglie nulla, ma fa crescere il popolo nella conoscenza dei valori autentici e nel viverli senza contraffazione e secondi interessi.
Che in Italia invece vi regni questa babilonia, si registri, un ammanco di convinzioni sia nella politica, come nella società, come nella vita religiosa è frutto di una subcultura che riduce il culto e legalità ad espressioni devozionali e baciamano strumentali. La coscienza ridotta ad uno straccio, altro che la coscienza prima di tutto. Per trovare un po' di coscienza civica, morale e religiosa sarebbe opportuno spostarsi e vivere per un po' di tempo nei paesi protestanti. Commedie del genere e furbastrate se ne vedono molto meno.

P. Albino Michelin