Dalle critiche del premier si è aperto un vaso di Pandora tra i dirigenti (scontenti)
Quando il Pdl non piace agli stessi pidiellini
Antonio Rapisarda
Dire che il Pdl non è infallibile a quanto sembra non è più un dogma. Parola di Silvio Berlusconi che se n’è accorto denunciando a microfoni accesi che sta tutta qui la responsabilità della crisi politica del centrodestra. Al di là dell’autocritica di cui non si è trovata traccia nell’invettiva del premier, che sempre il leader del partito è, le parole pronunciate domenica hanno aperto un vero e proprio vaso di Pandora nel Pdl. Perché se il discorso del premier è stato indirizzato principalmente alla sua richiesta di una “macchina organizzativa” che non lo soddisfa, nel partito “reale” il discorso è ben diverso.
Tant’è che i casi aperti sono tanti e gravi. Basti pensare che in Sicilia – sei milioni di abitanti – il Pdl è diviso da molto tempo in ben tre gruppi (esclusi i finiani che hanno già insediato il gruppo di Futuro e libertà) in perenne guerra tra di loro tanto che il partito stesso è fuori la giunta che ha contribuito a far eleggere. Poi c’è il caso Toscana, dove una parte consistente del Pdl locale (la "fronda" di Deborah Bergamini) contesta la gestione monocratica e arbitraria di Denis Verdini. Stesso discorso in Lombardia, dove le fila di Fli si ingrossano in quanto sono sempre di più quelli che non tollerano il “regno” di Ignazio La Russa. O in Sardegna, dove il più eletto al consiglio regionale dopo che ha deciso di aderire a Futuro e libertà è stato escluso dalla maggioranza. E, ultimi solo a rigor di cronaca, i casi del Lazio con la rivolta di molti esponenti dell’ex Forza Italia contro i vertici dell’ex An accusati di essere troppo accentratori e di Lucca (la capitale della "rivoluzioje conservatorice") con un Pdl diviso addirittura in sei.
Eppure già dalla fondazione stessa del Pdl qualcosa che non andava si era visto. Perché le quote potevano e dovevano essere un passaggio momentaneo, un viatico per agevolare una sintesi. E invece, a più di un anno e mezzo dalla nascita, nessun passo in avanti è stato fatto nella costruzione reale di un soggetto politico organizzato. Nessun congresso in vista, nessun incontro con i dirigenti locali, nessuna assemblea che faccia il punto sulla selezione della classe dirigente e sulle necessità della base. Perplessità e necessità che da tempo erano state sollevate da Gianfranco Fini che, per questo motivo, veniva apostrofato dai più garbati sacerdoti dell’ortodossia come disturbatore e provocatore. Se questi sono i problemi che si registrano all’interno della classe dirigente, c’è anche il crescente disagio di tanti elettori e simpatizzanti che non riescono a trovare interlocutori sul territorio che non siano le hostess dei gazebo. E che difficilmente si accontenteranno dei “missionari della libertà” che vigileranno sulle sezioni elettorali.
Fatto sta che anche da parte di importanti dirigenti del partito un fronte di autocritica si è aperto. Dall’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini che sul Corriere della Sera ha confermato che le tesi sostenute da Fini avevano compreso il problema, all’uomo forte della regione Roberto Formigoni che ha spiegato come «tutti siamo in qualche modo responsabili. La nostra gente si lamenta perché non trova nel Pdl lo spazio per esprimersi, discutere ed eventualmente criticare le scelte che si fanno, anche nelle amministrazioni». Discorso analogo a quello del sindaco di Roma Gianni Alemanno che da tempo auspica un congresso vero a livello nazionale e locale. Insomma, un “caso” Pdl sembra essersi aperto. Ma nulla, eccetto lo sfogo, si vede all’orizzonte. E intanto i sondaggi – tanto amati – cominciano a non recitare più parole dolci. Per il Pdl.